Articoli pubblicati nel mese di: ottobre 2014

Questo nostro viaggio dentro la storia: “Immaginate una collina viola…”

Il grande giornalista è lui, Paolo Rumiz. Io una sua fedele lettrice. Non l’ho mai incontrato dal vivo solo letto e questo ingrandisce l’attesa. L’aspettativa della realtà rispetto al valore profuso delle parole. Lo aspetto con una certa emozione alla stazione della mia città, Bolzano. Lui che di viaggi ne ha compiuti e raccontati più di tutti, inizia un breve ma intenso viaggio con me e con le persone che lo incontreranno.
Come tutti i grandi viaggiatori è una persona essenziale, semplice, immediata, dalla stretta di mano decisa come il passo. Conosce questi luoghi, quelli che attraversiamo in macchina per raggiungere la Val di Fassa, benissimo. Fa mille domande, conosce le lingue, avverti che la sua curiosità di sapere è continua. E’ stato un alpinista, poi ha smesso mi dice quando ha capito ad una certa età che non doveva dimostrare più nulla, parole sante in un mondo di esibizionisti dell’arrampicare con ostinazione spesso poco obiettiva su se stessi. Ecco la corda e che compagni, grandi come l’indimenticato Enzo Cozzolino, triestino come lui e agente della Scuola Alpina di Polizia di Stato a Moena. E’ proprio Moena la meta del nostro viaggio, come sempre nulla collega al caso. Enzo Cozzolino, è stato un grandissimo scalatore che negli anni ’60 superò per primo in Italia il limite del 7° grado di difficoltà secondo l’autorevole giudizio di Reinhold Messner. Cozzolino, era detto il Grongo. Il suo nido tra le rocce delle Dolomiti la Val Rosandra, palestra di roccia alle porte di Trieste. Le vie più dure le saliva – e scendeva – senza assicurazione. Era considerato l’erede naturale di Emilio Comici.

Enzo Cozzolino

Enzo Cozzolino

Poi quel Bruno Crepaz, a cui è dedicata la casa del CAI al passo Pordoi. Tornando a noi, al nostro viaggio, che conclude il sentiero degli incontri culturali legati al Centenario della Grande Guerra in Val di Fassa, l’incontro di Paolo Rumiz con gli studenti dei licei fassani è stato un passaggio di esaltante trasmissione di cultura vissuta con il cuore. Il valore delle parole, la modalità di comunicare messaggi di importanza assoluta ai ragazzi, il valore della memoria.Rumiz carta Grande Guerra
Ho ascoltato Paolo Rumiz, le parole che ha usato, le barzellette, il suo intercalare con parole forti, provocatorie per evidenziare concetti chiave. Così si scrive, così si narra, si crea ascolto, che meraviglia. Nulla di virtuale, ma un linguaggio denso di conoscenza generosa. Poi nell’incontro con il pubblico nonostante la stanchezza che è naturale per chi dà al pubblico, l’affermazione che la memoria vada percorsa, con il passo, il cuore, l’umiltà di chi riconosce oltre ai fatti storici il valore enorme del sacrificio di una generazione di cittadini europei. Ecco peso, passi, salite, fatiche, quel sangue, noi non saremmo in grado di sopportare nulla. E quei morti che parlano, oltre all’oblio della memoria rincorsa e attuata dagli stati per motivazioni diverse, vanno ascoltati, perché parlano a chi ascolta, nello sterminato silenzio dei luoghi dove sono sepolti. La musica, li richiama, li rende voci di un martirio inutile, ascoltiamoli, lasciamoli raccontare sulle note del silenzio. Loro hanno diritto di parlare. “Immaginate una collina magnifica, ricoperta di betulle gialle, foglie che sembravano zecchini d’oro che vibravano nel vento della sera, un tramonto viola e li vedevi che riposavano nella terra questi ragazzi. Ma eccoli questi Trentini, nel colore viola della sera……Come caddero in questa terra piena di zeta e di esse……” Grazie per questo viaggio pieno di parole bellissime!
Rumizmostra

Tra rocce, cielo e vino puoi solo trovare rifugio.

Il 16. Top Wine al Sass Pordoi è stato da calici levati e da brindisi resi unici dalla magia incantata dei 2.950m. del Sass Pordoi. Fantastici vini resi speciali da esperti mescitori e vignaioli che li vedono nascere, arricchiti dall’atmosfera speciale del luogo in cui l’evento si rifugia ovvero il Rifugio Maria. Uno sguardo al Piz Boè, l’altro al Sassolungo rendono un sorso di vino una pozione magica. Come unico è l’essere sospesi sopra la Val Lasties e ascoltare le parole di Daniele Dezulian che immagina idealmente presente uno degli ideatori del Top Wine ovvero Diego Perathoner.
Un evviva speciale alla fine di una stagione estiva dalle mille incertezze che ora apre le sue braccia all’inverno che verrà. E da quassù si può solamente continuare a sognare. Prost e Bergheil!

Basta uno skipass per sposarsi vista Dolomiti!

Un giorno davvero speciale, un evento unico, semplice da organizzare e che rimarrà una cartolina indimenticabile nella vostra vita.
Sposarsi vista Dolomiti e magari con gli sci ai piedi non è poi così difficile. D’inverno diventa davvero bellissimo. Bianco su bianco.
Neve, atmosfera, splendido cibo, ottimo vino, amici e panorama unico. E poi quella discesa unica, irripetibile, insieme per sempre. Dress code winter white. Chi cade è perduto!

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Quell’alpinismo silenzioso

Riccardo Bee Un alpinismo titanico

Riccardo Bee
Un alpinismo titanico

Ci sono infiniti modi di interpretare l’alpinismo, ci sono grandi alpinisti senza fama, per destino o per scelta.

Conosco quelle montagne, le mie radici per parte di mio padre, mi legano indissolubilmente a quelle Dolomiti, anche se sono nata ai piedi di quelle da carta patinata. Un mondo di montagne impervie, come lo sono le persone che le vivono, poche parole, molto lavoro, poche grandi passioni, tra queste certamente l’alpinismo. Quello silenzioso, però. Riccardo Bee, è stato uno dei grandi protagonisti di quel mondo impervio. Una vita normale, troppo breve, impregnata di grandi salite. Ho conosciuto e intervistato chi ha percorso con lui, un tratto delle sue ascese, Franco Miotto, deve essere stata una cordata straordinaria, per audacia e dimensione dell’alpinismo dolomitico. Poi più nulla insieme, chissà perché?
Forse erano profondamente troppo solitari, ruvidi, e imprevedibili per scalare sempre insieme. Bee, in inglese significa ape, forse l’uno troppo pungente per l’altro, nelle ascese condivise. Personalità intense.
Una via su tutte, di Bee, sull’Agnèr, via al pilastro nord-ovest “Riccardo Bee” (19-20/07/1982, 700 m, VI e A1, considerata il suo capolavoro).
Poi il 26 dicembre 1982, questo è un numero ricorrente, nella cabala delle montagne, Riccardo tenta di realizzare, in solitaria invernale, una nuova via sull’Agnèr a destra della Messner (o dei Sudtirolesi), ma precipita e viene ritrovato giorni dopo. E’stato, a dire di molti, uno degli alpinisti più forti del suo tempo, ma di lui si conosce poco e si ricorda ancora meno. La sua era stata una scelta, praticare un alpinismo silenzioso, condiviso con la sua straordinaria propulsiva passione e pochi intimi. A noi resta un libro, “Riccardo Bee, un alpinismo titanico”, Versante Sud, scritto da Marco Kulot e Angela Bertogna, che è bello da leggere e probabilmente proporre al pubblico per doverosa memoria.

Al confine tra i limiti

147358-thumb-full-mariorichard147358-thumb-full-mariorichardIl confine tra la vita ed il limite della stessa, quelle montagne, la sorgente dell’acqua che scende dalla Val Lasties e che porta con se il fluire perpetuo di quel luogo dove tutto nasce e si trasforma in un ciclo infinito. Good flight!Sass Pordoi

Quando non servono le parole

Servono i colori, gli attimi, le emozioni sfuggenti come i movimenti che generano, le forme che assumono, spargendo nell’aria profumi, tracce. Certamente se non scrivessi, dipingerei, ma alle volte basta fotografarli con amore.

Foto Oleg Oprisco

Foto Oleg Oprisco

Il soprabito di Virna

11 settembre 2009 alle ore 17.41

Il Soprabito di Virna alzò lo sguardo, al di là dell’appendiabiti, quel tanto che bastò per traguardare finalmente la libertà.
O meglio vide chiaramente, e per la prima volta da quando aveva cominciato a pensarci, l’unica vera opportunità che la sua propria vita gli stava offrendo in modo chiaro e inequivocabile. La sola possibilità concreta che la sua vita di soprabito, sino a quel momento legata alla vita di Virna, gli proponeva ora e subito, la sua natura di soprabito, per affrancarsi da una banale predestinazione.
L’appendiabiti non c’entrava. Era un appendiabiti come tanti, un dozzinale e logoro appiglio al quale si aggrappano quotidianamente decine, forse centinaia di indumenti concepiti dalla mente umana per proteggere, e riparare dalle intemperie, quei volumi di carne ed ossa caratterizzati da una pelle sensibile alle mutazioni climatiche, quei corpi fatti – o strafatti dall’umana evoluzione – per vivere e sopravvivere solo e soltanto in atmosfera controllata.
Virna non c’entrava. Il soprabito l’aveva acquistato qualche settimana prima a una liquidazione di Max Mara. Quaranta per cento di sconto sul prezzo esposto di 360 Euro. Virna lo aveva adocchiato un mese prima, quando ancora veniva presentato come novità, e non se l’era fatto sfuggire quando la sua amica commessa, quell’amica-commessa che ogni donna può vantare all’interno della boutique o della profumeria di fiducia, l’aveva informata dell’imminente decorrenza della stagione dei saldi, ovvero di quel periodo ciclico durante il quale l’industria dell’abbigliamento, due volte l’anno (ma solo perché non ci sono più le mezze stagioni), mette in atto una sorta di Piano Marshall per salvarsi dal sicuro fallimento.
Il contesto non c’entrava. Più volte, nonostante la breve simbiosi, Virna aveva appeso il suo soprabito ad un qualche trespolo strategicamente posizionato sul percorso delle sue attese. Poteva essere il guardaroba di un teatro o il rampino d’ottone di un vecchio scompartimento ferroviario, il premuroso avambraccio di un cameriere del ristorante o, più semplicemente, lo stelo metallico a tre raggi che occupava l’angolo più remoto del suo ufficio dove lei, con inconsapevole gentilezza, permetteva che venissero appese le palandrane di tutti quelli che per qualche motivo si trovavano a doversi accomodare dall’altra parte della sua scrivania.
Tutto sommato, la condizione attuale non gli pareva più di tanto umiliante. L’essere appeso ad una piantana di modesta fattura e totalmente fuori sintonia con quell’ambiente, per quanto sia improbabile ravvisare un principio di sintonia nell’astanteria di un imbarco aeroportuale, non lo faceva sentire per niente a disagio. Chissà quanta gente di consolidata fortuna, piuttosto che di belle speranze, aveva prima di quel giorno e di quel momento appeso il cappotto piuttosto che lo spolverino al braccio uncinato dal quale lui si trovava a ciondolare in questo preciso istante. Presumendo che l’ordigno al quale si trovava agganciato potesse essere lì da una decina d’anni, evidente reperto di un maldestro tentativo di ammodernamento degli arredi, poteva tranquillamente supporre che da quel gate di Linate – dove ora lui si trovava – fossero transitate centinaia, forse migliaia di illustri personalità del mondo politico e imprenditoriale, della cultura e dello spettacolo che forse avevano appeso i propri abbigliamenti proprio a quella stessa medesima ed insignificante protesi dell’umana pigrizia.
Tutto questo, comunque, non c’entrava niente. C’entrava solo che Virna, come al solito colta di sorpresa da una scansione del tempo che non coincideva perfettamente col suo bioritmo, si era improvvisamente accorta che l’imbarco per Stoccolma era ormai completato, e l’ultimatum che si diffondeva dagli altoparlanti esortava proprio lei, per nome e cognome, a non farsi sfuggire l’ultima occasione che la Scandinavian Airlines le offriva per onorare il suo meeting in Svezia.
C’entrava solo che lui, il Soprabito di Virna, quel giorno non avrebbe visto la Svezia. Quel giorno era libero da impegni. Era finalmente libero.

Emanuele SilvestriMax-Mara-URIAL Novembre 2007

Vogliamo parlare di quell’abito?

L’abito non fa il monaco, tantomeno la star! Amal, mi ha ricordato la mitica Jacky, questo è scontato, tra bellezza e stile è un’irraggiungibile, ma Clooney non mi ha certamente riportato allo stile inconfondibile e al fascino tra il ruvido ed il principesco di John F. Kennedy. Lui, al matrimonio, indossava un tight impeccabile acceso dalla follia del capello rosso Irlanda. Lì le sue radici, là la sua certa vena di “wilderness” che ha poi mostrato, nella vita, nell’amore, nella politica, nella tragedia immane della sua morte. Invece Clooney, in quell’abito grigio, mi ha ricordato tristemente Gianfranco Fini. Mi infilo gli occhiali, ne Prada, ne Pèrsol, ma i miei Ray Ban Jackie Ohh, preziosissimi perchè li ho salvati da un’onda su una spiaggia che amo e dietro ai quali continuo ad osservare!2014-09-28T141852Z_920914229_GM1EA9S1OXU01_RTRMADP_3_PEOPLE-CLOONEY-VENICE